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giovedì 29 agosto 2013

Girovagando per Milano


Il Castello Sforzesco è una meta classica per chi visita Milano.


Anche la Basilica di S. Ambrogio.


Ma ancor più il Duomo.

Avevo, in verità, intenzione di segnalare con questo post una selezione di aspetti poco noti della storia e dei monumenti, soprattutto quelli scomparsi, del capoluogo lombardo, attingendo ad una vecchia pubblicazione. Combinando qualche ricordo di carattere personale.

Procedendo a qualche necessaria verifica, mi sono accorto, però, che su Wikipedia appaiono - ed è un bene!  - molte pagine su Milano. Ma soprattutto che su Lombardia Beni Culturali - aspetto che mi preme mettere in evidenza, pensando sia utile - a questo link è dato rinvenire, all'insegna di "Percorsi tematici", una corposa messa di documentazione sull'arte e sulla storia della regione: quella più specifica su Milano é subito individuabile. Ho tralasciato, di conseguenza, l'assunto iniziale.

Un particolare di S. Simpliciano, sempre a Milano.

Sui vent'anni fa, dopo l'ennesima volta in cui, da solo o con familiari, ma non accompagnato da persone residenti, smarrii - per così dire - la strada, alimentando in tal modo in seno al circolo intimo dei miei cari la mia personale saga eroi-comica, mi decisi a studiare a fondo una cartina di Milano e ad accentuare, di conseguenza, il mio girovagare da turista per caso per quelle strade: S. Simpliciano, di cui sul sito da me segnalato si apprende che contiene ancora testimonianze di età longobarda, fù, ad esempio, uno dei miei successivi approdi... sicuri.

Lombardia Beni Culturali dedica diverse voci anche alla Stazione Centrale.

Termino la mia stringata esposizione con questo piccolo pensiero mirato sull'imponente edificio in questione. Non vedevo, preferendo in genere recarmi a Milano in automobile, da alcuni anni la Stazione, cui mi legano - come moltissime persone, credo - tanti ricordi. Forse, qualche modifica interna l'avevo già notata, ma di sfuggita: diverse novità mi sono rimaste impresse, ma appartengono ad un altro discorso.

Mi riservo, invece, di dedicare una prossima volta un po' di attenzione almeno ad uno dei cronisti di una Milano che fu: non é detto che non salti fuori qualche inedito! Ma, forse, anche di realizzare qualche sintesi di parti specifiche di nuove pubblicazioni su Milano...



sabato 24 agosto 2013

S. Agostino a Ventimiglia


Il Chiostro di Sant'Agostino a Ventimiglia (IM).
Il Convento, come tale,  non c’è più da tanto tempo.


Una parte della costruzione, più strettamente istituzionale, sussiste ancora, adiacente a levante della Chiesa.

Succede che, quando si è adolescenti, ma anche già da giovani, le vicende storiche non appartengano ad un vissuto molto profondo. Per cui impressionano di più fatti contingenti. E questo mi è capitato.

Un aneddoto, ad esempio, che riferivo qualche sera fa ad un amico studioso, vero esperto dei temi più grandi che qui solo sfioro. Concerne una persona che abbiamo conosciuto a Nervia, perché aveva attività in quella frazione della città di confine. Secondo una certa vulgata, quell’uomo, pur di non pagare, per principio, una modesta ammenda aveva passato una notte nel carcere allora ubicato tra le mura dell’edificio in questione: sul serio, sotto diversi aspetti, altri tempi!

Potrei aggiungere altri episodi ed altre situazioni, tutti riferiti a pregresse attività tra quegli spazi: fugaci, ma significativi incontri, con religiosi dediti ad attività sociali, ricchi di umanità e di curiosità intellettuale, incontri cui mi ero prestato inizialmente, io tuttora rigorosamente laico, per compiacere alcuni cari compagni di scuola; aule decentrate di un Liceo Classico allora, prima del recente crollo verticale di iscrizioni, in piena espansione di frequenze; un istituto professionale; vari uffici a valenza pubblica.

C’é stato da non molto un discreto restauro dell’ala orientale, quella al fondo della quale Angelico Aprosio (1607-1681), frate agostiniano, ma, ancor più, grande erudito, avido di conoscenza, aveva collocato la sua prestigiosa Libraria, prima Biblioteca Pubblica in Liguria, in gran parte - più di 6000 volumi, alcuni dei quali rarissimi - oggi conservata in una palazzina del centro storico - o Città Alta - di Ventimiglia.

Tornando a quando ero ragazzo, devo specificare che non sapevo - anche se ne ho sempre sospettata l’antichità - fosse opera in qualche modo connessa al complesso del Convento di S. Agostino la torre a margine della stazione ferroviaria.

Ben distante - centinaia e centinaia di metri - dal nucleo del prisco insediamento di frati di Nostra Signora della Consolazione.

In quel raggio, potrebbero essere sepolti i resti dell'anfiteatro romano, che si suppone esistesse al tempo dell'antica Albintimilum.

Il fatto é che, come un link specifico spiega meglio, arrivati a Ventimiglia a fine XV secolo gli Agostiniani svolsero e condussero intense azioni, specie a carattere agricolo, dispiegate in quasi tutta l’area, all’epoca paludosa, ma in buona misura bonificata a loro cura, tra il fiume Roia, a ponente ed il torrente Nervia, presso cui sorgeva un tempo la città romana di Albintimilium, i cui resti cominciarono ad affiorare in età barocca proprio in costanza di sterri e di piantumazioni. Rimangono echi in denominazioni di stradine e di zone, Sottoconvento, Asse e così via. Sopravvivono ancora, in quello che attualmente è il centro urbano di Ventimiglia, ulteriori testimonianze di edifici - altre torri, magazzini, case coloniche -, voluti dai frati, ma ormai profondamente mimetizzati, per cui nulla, o quasi, eccezione sicura fatta per la Chiesa Conventuale, è possibile rinvenire dei dettagli di splendide stampe della prima metà del XIX secolo, che magari idealizzavano alquanto la Ventimiglia vivibile allora dalle pendici delle colline circostanti: lo stesso osservatorio naturale di Ugo Foscolo quando transitò da queste parti.

Resiste tuttora il luogo di culto, da tanto tempo sede della Parrocchia - di Sant'Agostino, appunto - più importante di Ventimiglia. Con quel tanto di restauri, non compromettenti, invero, dovuti non tanto per le incurie del tempo, quanto per i danni cagionati dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, i quali, per triste associazione di idee, fanno pensare ad altre pesanti vicende belliche che, soprattutto nel 1700, coinvolsero questo sito, in ispecie la parte di Convento, in cui era ospitata la Libraria Aprosiana.

Ma la storia, si sa, anche nelle piccole località come Ventimiglia può assumere aspetti singolari…


domenica 18 agosto 2013

Al Castello di Roccabruna


Il Castello di Roquebrune, un tempo nota come Roccabruna.


Nel Comune di Roquebrune Cap-Martin, Alpi Marittime, Costa Azzurra, Francia.


Ed ecco come si ammira la punta di Cap Martin, che da Ventimiglia e da Bordighera sembra a portata di mano, da lassù, dai 300 metri sul mare. Mentone, a sinistra, vale a dire a levante, non è lontana.

Dietro una grata, una balestra ed una cassapanca, credo, d'epoca: né i pannelli illustrativi né il depliant, allegato al biglietto d'ingresso, sono chiari in proposito. Appena inquadrata, la silhouette di un armigero: ce ne sono altre. Dall'ultima mia visita, ricordavo una sorta di archibugio, che non ho più notato: ma era già malandato...

Sono salito a Roquebrune ieri a tardo pomeriggio con N., con cui ero stato l'anno scorso a Ferragosto nella vicina La Turbie. 

A vent'anni eravamo più interessati, ad usare un eufemismo, alla storia del mondo contemporaneo, piuttosto che a quella remota dei luoghi a noi circostanti. Tra parentesi, N. mi ha richiamato alla memoria che l'abitudine di discutere con accanimento di massimi sistemi a quei tempi veniva da noi esercitata con altre persone anche in viaggi in automobile verso il capoluogo francese delle Alpi Marittime, per cui spesso la sera si andava non solo a Montecarlo, ma pure a... Nizza (espressione alquanto contorta che fa riferimento a certi miei vecchi post). 
Del resto quella fortezza, sinché non venne usuale recarsi in Costa Azzurra per autostrada, dalla quale non si scorge, era una visione obbligata, in particolare al ritorno in Italia.
La sua vita lavorativa N. l'ha in pratica trascorsa a Milano, nei cui dintorni opera ancora, per cui gli è sembrata cosa logica pormi qualche domanda sul maniero. L'unico dato certo che avevo in mente concerneva un lungo possesso da parte dei Grimaldi di Monaco, ma, attingendo ad una mia più recente rivisitazione di momenti locali, improvvisavo in risposta una costruzione del castello nel X° secolo per volontà dei Conti di Ventimiglia. Ed un breve dominio della Repubblica di Genova.

Senonché, entrati in un vicolo per iniziare un giro del paese, fermati da una domanda di una gentile signora anziana in vena di socializzare, venivamo intrattenuti da un sopraggiunto artista del legno (bravo, in verità), il quale sciorinava a modo suo le vicende del villaggio, ma senza sbagliare nulla - come poi ho verificato -, anzi, aggiungendo che Roquebrune era stata venduta ai Grimaldi direttamente dal Conte di Provenza. Particolare, quest'ultimo, non riportato neppure dal citato foglietto ufficiale. Il brav'uomo in questione ci aveva prima proclamato che i suoi nonni erano arrivati in zona da Umbertide, Umbria; al che mi sono sentito in obbligo morale di esternare a tutti che sapevo di una vecchia, forte emigrazione (che in qualche misura ho frequentato) da Città di Castello (sempre in Umbria, beninteso!) nel locale dipartimento.

Noto ora su Cultura-Barocca, che il baluardo era stato eretto su un precedente Castellaro Ligure. E che la Chiesa di Santa Margherita era in origine una "Cappella di via",  eretta per i pellegrini di fede, poi, più volte modificata per impulso dei Grimaldi, con un grande concorso di popolo nel 1776.  
Avrò occasione, credo, di tornare su questi aspetti. Ed altri, correlati. Con altri documenti.

Non resisto al gusto della celia. Nella fantasia di Salgàri, come è noto e come accennai in altri post, il Corsaro Nero era Conte di Ventimiglia, di Roccabruna e di Roccasparviera: ma, mentre nella mia natale città di confine si abbonda di riferimenti, anche in chiave turistica, all'avventuroso personaggio, a Roquebrune pensano a tenere lindo ed ordinato il centro storico, tanto, come sosteneva sempre il vecchio artigiano, sono già fin troppi i visitatori indotti dalla vicina Montecarlo...


sabato 3 agosto 2013

"intrepido", ormai più che una passione

Certo che se anche un regista importante come Gianni Amelio compie riferimenti a "intrepido", giornalino a fumetti, di cui diverse volte ho scritto qualcosa, trovo il nuovo spunto irresistibile per tornare di nuovo sull'argomento.
L'autore titola addirittura "L'intrepido" il nuovo film che sta completando per presentarlo al prossimo Festival di Venezia, con interprete principale Antonio Albanese. Dall'intervista (a "la Repubblica") che ho letto ieri mi sembra di capire che il soggetto sia il lavoro precario. In proposito Amelio, dopo aver sostenuto che "intrepido" é il protagonista, afferma: "un film con l'anelito al lieto fine, come nei fumetti dell'Intrepido, dove c'erano tante storie ambientate in tutti i mondi e le epoche possibili, ogni settimana si restava con il fiato sospeso, ma sapevi che 15 settimane dopo con la parola fine arrivava la felicità.". 
Avessi aspettato a scrivere di "intrepido", mi sarei risparmiato tanti giri di parole non chiare, perché, a mio avviso, meglio del regista non si poteva dire in proposito. Anche se forse - a essere pignoli - ha confuso qualche tipologia di avventure con quella più tipica del gemello "Albo dell'Intrepido". Un'altra cosa, simpatica e di storia del costume che Amelio racconta é che nella natia Calabria insisteva per compiere commissioni di casa, in modo di realizzare un po' di cresta sulle spese e, così, avere le trenta lire necessarie per comprare il martedì mattina l'agognata rivistina: anche se non esplicitato, si deduce che questi frammenti di memoria riguardano - come, immodestamente, nei miei precedenti post in materia - la metà circa degli anni '50.
Ecco, allora, nell'ordine, la copertina del numero 37 di "intrepido", dell'11 settembre 1956, e, sempre dal medesimo, l'inizio della puntata di "Liberty Kid".

Azzardo qualche considerazione sulle parole di Amelio. Mi sembra di capire, una volta di più, che questo fumetto fosse allora molto diffuso tra adulti di estrazione operaia e che non fosse semplice per bambini, la cui educazione era tenuta in rigida osservazione dalle famiglie, procurarsene delle copie.
La copertina del numero 47 di "intrepido", del 19 novembre 1957.

Nell'occasione devo menzionare ancora l'amico Bruno Calatroni di Vallecrosia, che mi ha fornito, come per altri miei articoletti, l'opportunità di questo corredo iconografico.
Concludo con la quarta di copertina di "intrepido" dell'11 settembre 1956, già citato, perché mi sembra, invero, ironico il fatto che avevo cominciato a trattare di questo giornalino, proprio rammentando il personaggio Roland Eagle, ma sprovvisto di immagini adeguate.


giovedì 1 agosto 2013

Cose serie e semiserie, d'antan e di oggi


Un dancing anni '50, dove era d'obbligo entrare eleganti (che io soprattutto rammento, per sentito dire, quale sede elettiva, causa l'ampio spazio disponibile, e compreso un tavolo da biliardo, di diversi studenti delle superiori che ai miei più tardi tempi marinavano la scuola).
Il giovanotto ventimigliese, che, già cliente abituale del citato locale, ebbe l'onore di ballare con Kim Novak;  non dice dove; forse a "Il Pirata" di Roquebrune Cap-Martin; puntuale, compare sul noto social media la fotografia che attesta l'episodio
Scene di vita mondana nella vicina Costa Azzurra con partecipazione "straordinaria" di cittadini del Ponente Ligure. 
Fantasiose e strepitose animazioni d'antan di uno stabilimento balneare. 
Cacce al tesoro, non poi così lontane nel tempo, estrose, difficili, partecipate, dai ricchi premi. 
Sono solo alcuni esempi di momenti di storia del costume, che si riferiscono a Ventimiglia, divulgati dal mio amico Gianfranco Raimondo, sui cui racconti più impegnativi, come quelli di guerra, continuo a rinviare debite note informative.
Su un aneddoto, invero, arriva, al momento, per ultimo, ma vi aggiunge certamente più di un contributo originale.

Eccola, come raffigurata addirittura in una tavola - del celebre Walter Molino - della un tempo molto diffusa "La Domenica del Corriere", edizione - si noterà - del 27 aprile 1958 (e non sono in grado di riconoscere i giusti crediti, fatti salvi, forse, quelli, di un'altra persona, già mio collega - mi perdonerà, se non ne cito il nome! -, relativi al ritocco dell'immagine).
In sintesi, la didascalia riferisce di due giovanotti che da Ventimiglia si sarebbero avventurati - chi per donare a Soraya un proprio quadro, chi una propria poesia - in barca per incrociare al largo un transatlantico, dove era imbarcata, per l'appunto, la principessa triste, come dicevano i rotocalchi, perché ripudiata dallo Scià di Persia: senza riuscirci, causa ondate, anzi, costretti a tornare verso la riva a nuoto.

Gianfranco ci informa nell'ordine: che era nella "cabina di regia" dove nacque l'ipotesi dell'avventura; che il merito principale fu di un giornalista di Ventimiglia, Angelo Maccario, decano, finché rimase in vita, dei cronisti accreditati al Festival Cinematografico di Cannes; che il pittore era Mario Raimondo, più noto come Barbadirame, valente artista e uomo di straordinaria simpatia, che ho avuto la fortuna di conoscere; che il poeta era Giorgio Carbone, il futuro Principe di... Seborga (una rivendicazione per il ridente villaggio alle spalle di Bordighera, che persiste tuttora, creando, comunque, notorietà e flussi turistici); che, redatto dagli allegri compagnoni un comunicato-stampa, questo, rilanciato dall'ANSA, fece passare - non essendo (già allora!) mai state compiute verifiche di sorta - per vero un episodio mai avvenuto su diversi giornali, compresi alcuni francesi...

A concludere una simile carrellata, io e Gianfranco insieme, finalmente: gli avevo promesso da mesi che avrei pubblicato una sua fotografia, ma "ad abundantiam" mi ci sono messo anch'io. Io a destra, perplesso, neanche immaginassi la fulminante battuta con cui lui ha commentato su Facebook uno scatto gemello di questo. Ci sarà occasione, reputo, di tornare su diversi argomenti...
E Gianfranco, a sinistra, buon esempio del fatto che nella botte piccola c'é il vino buono...